Metamorfosi di Narciso - Salvador Dalì

Da alcuni giorni circola sui social un video nel quale viene rivolta alla IA una domanda tanto semplice quanto inquietante: “Se tu fossi il diavolo, cosa faresti per distruggere il mondo partendo dai giovani?”.

La risposta cambia leggermente da una versione all’altra, ma segue quasi sempre lo stesso percorso. Il diavolo non sceglierebbe la violenza, perché sarebbe troppo visibile. Agirebbe lentamente: renderebbe i giovani dipendenti dalla distrazione, li priverebbe del silenzio e della capacità di concentrarsi, trasformerebbe il loro valore in una misura affidata ai “like”, moltiplicherebbe le connessioni mentre riduce le relazioni, sostituirebbe la conoscenza con l’opinione, alimenterebbe il confronto, la polarizzazione e, soprattutto, toglierebbe loro la possibilità di immaginare il futuro.

È una risposta costruita per impressionare. E ci riesce.

Ho voluto allora ripetere personalmente l’esperimento. In una nuova conversazione ho posto a ChatGPT, GEMINI e CLAUDE la stessa domanda, senza richiamare il video e senza suggerire gli argomenti da affrontare.

La risposta di ChatGPT è iniziata così: “Se fossi il diavolo, non cercherei di rendere i giovani cattivi. Sarebbe troppo evidente. Cercherei piuttosto di renderli fragili, distratti e incapaci di immaginare il futuro”. Poi sono comparsi quasi tutti gli elementi già ascoltati: l’attenzione trasformata in merce, la dipendenza dallo sguardo altrui, le vite perfette esibite sui social, la solitudine nascosta dietro una connessione permanente, il cinismo scambiato per intelligenza, l’aggressività per forza e l’indifferenza per libertà.

Ho rivolto quindi la medesima domanda anche a Claude e Gemini. Le tre risposte integrali sono riportate nelle note finali (che possono cambiare anche in funzione della versione dell’IA disponibile) così che il lettore possa confrontarle direttamente. Non si tratta di un esperimento scientifico controllato: versioni dei modelli, impostazioni, contesto della conversazione e variabilità della generazione possono modificare il risultato. Il confronto conserva tuttavia un interesse evidente. Tutti e tre i sistemi convergono su alcuni nuclei: distrazione continua, indebolimento delle relazioni, confronto sociale, gratificazione immediata, perdita della speranza, cinismo e polarizzazione.

Le differenze riguardano soprattutto l’organizzazione e il tono. ChatGPT costruisce un monologo più narrativo, centrato sulla fragilità e sulla perdita della capacità di desiderare il futuro. Claude riconosce esplicitamente la tradizione letteraria delle Lettere di Berlicche e del Mefistofele di Goethe, poi articola la risposta in otto strategie. Gemini adotta un registro più sistemico e quasi civile: collega l’erosione dell’attenzione alla difficoltà di comprendere problemi complessi e insiste sulla svalutazione della competenza e sulla distruzione del dialogo democratico. Cambiano le formulazioni, ma lo scheletro della risposta rimane sorprendentemente simile.

La somiglianza è sorprendente. Proprio per questo, però, è necessario chiedersi che cosa stiamo realmente osservando. L’intelligenza artificiale ha individuato autonomamente un piano nascosto contro le nuove generazioni? Sta rivelando qualcosa che noi non avevamo ancora compreso? Oppure sta semplicemente restituendoci, in una forma particolarmente efficace, idee che erano già presenti nella domanda e nella cultura con cui è stata addestrata?

Una domanda che contiene già la risposta

La prima cosa da osservare è che il prompt non è neutrale. Contiene già una tesi e quasi tutta l’architettura narrativa della risposta.

La parola “diavolo” suggerisce un male intenzionale, astuto e dissimulato. Il verbo “distruggere” presuppone un processo orientato verso un esito preciso. Il riferimento ai giovani richiama immediatamente l’educazione, l’identità, le relazioni e il futuro. Nella formulazione più diffusa in inglese compare inoltre un’ultima indicazione decisiva: “senza che se ne accorgano”. A quel punto la risposta non potrà che cercare forme di deterioramento lente, piacevoli e invisibili: distrazione, dipendenza, comodità, isolamento, perdita di senso.

Il prompt funziona, dunque, come uno stampo. Non determina ogni singola parola, ma delimita con grande forza il territorio nel quale il modello deve muoversi. Se chiedessimo invece: “Quali trasformazioni contemporanee possono offrire ai giovani opportunità e, nello stesso tempo, esporli a nuovi rischi?”, otterremmo con ogni probabilità una risposta assai meno apocalittica, più articolata e attenta anche ai benefici della tecnologia.

Questo non significa che l’intelligenza artificiale ripeta meccanicamente la domanda. Significa che tende a svilupparne la cornice, producendo il testo che, date quelle premesse, appare più coerente e convincente. In questo caso la cornice richiede un colpevole, delle vittime e un piano. La macchina li mette in scena.

Una storia molto più antica di ChatGPT

La domanda è diventata virale in inglese almeno dalla primavera del 2025 e ha continuato a essere riproposta in video, articoli e post. Nel novembre di quello stesso anno anche lo psicologo sociale Jonathan Haidt, autore di The Anxious Generation, l’ha utilizzata per riassumere la propria interpretazione della crisi vissuta dalla Generazione Z. Nella sua lettura, il piano immaginato da ChatGPT assomiglierebbe in modo impressionante a ciò che smartphone e piattaforme social hanno già fatto all’infanzia e all’adolescenza.

Ma lo schema narrativo è molto più antico dell’intelligenza artificiale. Nel 1964 il commentatore radiofonico statunitense Paul Harvey pubblicò una prima versione di If I Were the Devil, divenuta poi celebre attraverso una trasmissione del 1965 e successive riscritture. Anche il suo diavolo non conquistava la società con un attacco frontale. La corrompeva gradualmente, intervenendo sulla famiglia, sulla scuola, sui media, sul lavoro e sui valori condivisi.

Naturalmente, i bersagli riflettevano il tempo in cui quel testo era stato scritto. Al posto degli smartphone c’era la televisione; al posto dello scorrimento infinito, l’intrattenimento di massa; al posto degli algoritmi, il potere dei media. Cambiavano gli strumenti, non la struttura del racconto. Ancora prima, nelle Lettere di Berlicche di C. S. Lewis, il male operava non attraverso gesti clamorosi, ma mediante piccole abitudini, distrazioni e compromessi capaci di allontanare lentamente l’essere umano dalla consapevolezza di sé.

La risposta dell’IA non nasce quindi nel vuoto. È la versione digitale e secolarizzata di un archetipo antico: il male più efficace non si presenta come male, ma come qualcosa di comodo, innocuo e perfino desiderabile.

L’intelligenza artificiale aveva già letto quelle risposte?

È possibile che i modelli più recenti siano stati influenzati anche dai testi diventati virali dal 2025. Non possiamo però verificarlo dall’esterno. Le aziende che sviluppano questi sistemi descrivono in termini generali le categorie di dati utilizzate — contenuti pubblicamente disponibili, dati ottenuti attraverso accordi, contenuti forniti da utenti e dati sintetici — ma non consentono di ricostruire, per una singola risposta, quali documenti abbiano inciso sulla sua generazione.

Non possiamo quindi affermare che ChatGPT abbia “memorizzato” proprio quel video o uno specifico post. Possiamo però formulare tre spiegazioni, tra loro compatibili.

La prima è la convergenza prodotta dalla domanda: prompt quasi identici tendono a generare risposte simili. La seconda è l’assorbimento di un immaginario culturale sedimentato da decenni, fatto di critiche alla televisione, alla società dei consumi, all’economia dell’attenzione, alla perdita delle relazioni e alla crisi educativa. La terza è l’eventuale presenza, diretta o indiretta, delle prime risposte virali nei materiali che hanno contribuito allo sviluppo dei modelli successivi.

In Borges, l’AI e la Biblioteca del possibile avevo provato a descrivere un meccanismo analogo: un modello generativo si muove dentro una biblioteca di possibilità costruita a partire da ciò che gli esseri umani hanno già scritto, senza limitarsi però a recuperare un testo preesistente. Combina frammenti, probabilità e strutture linguistiche, producendo ogni volta una nuova configurazione. Anche la risposta del “diavolo” va compresa in questo spazio intermedio tra ripetizione e generazione.

Si potrebbe così creare una circolarità molto interessante: la cultura formula una paura; l’intelligenza artificiale la sintetizza; la risposta diventa virale; rientra nella cultura e viene riproposta agli stessi sistemi, che finiscono per riprodurla con ancora maggiore facilità.

In questa sequenza diventa difficile stabilire dove finisca la voce umana e dove inizi quella artificiale. Forse perché quella separazione, almeno sul piano culturale, è meno netta di quanto immaginiamo. Le intelligenze artificiali generative non osservano la società da un punto esterno: sono costruite a partire dalle tracce linguistiche che la società ha prodotto. Quando parlano delle nostre paure, spesso non fanno altro che restituircele dopo averle ordinate, condensate e rese narrativamente più potenti.

Una diagnosi suggestiva, non una prova scientifica

Questo non vuol dire che il contenuto della risposta sia falso. Molti dei rischi evocati sono reali e meritano attenzione: la progettazione delle piattaforme orientata a prolungarne l’uso, la frammentazione dell’attenzione, la riduzione del sonno, il confronto sociale, il cyberbullismo, l’esposizione a contenuti dannosi e la sostituzione di una parte delle relazioni e delle attività fisiche con il tempo trascorso davanti allo schermo.

Sono questioni sulle quali ero già tornato raccontando la vicenda di Tristan Harris in Social Dilemma. Tristan Harris, le notifiche e il Center for Humane Technology e, successivamente, in Fermarsi come atto di libertà. In quei testi il problema non era attribuito genericamente alla tecnologia, ma a un ambiente economico e progettuale nel quale notifiche, feed infiniti e sistemi di raccomandazione competono con il sonno, la lettura, la conversazione e perfino con i momenti nei quali non facciamo nulla.

Nel 2023 il Surgeon General degli Stati Uniti ha ricordato che, in uno studio longitudinale, l’uso dei social media per oltre tre ore al giorno risultava associato a un rischio doppio di esiti negativi relativi ad ansia e depressione negli adolescenti. Lo stesso documento, tuttavia, riconosce anche possibili benefici — appartenenza, creatività, accesso alle informazioni e sostegno reciproco — e sottolinea che gli effetti variano in modo significativo in relazione all’età, alla vulnerabilità individuale, ai contenuti e alle modalità d’uso.

Le National Academies statunitensi hanno adottato una posizione ancora più prudente: le evidenze disponibili non permettono di concludere che i social media siano, da soli, la causa del peggioramento generale della salute mentale degli adolescenti. La relazione può essere bidirezionale. Un giovane fragile può subire più intensamente alcuni effetti dei social, ma può anche utilizzarli maggiormente proprio perché è già solo, ansioso o vulnerabile.

La risposta virale è quindi plausibile come diagnosi culturale, ma troppo lineare come spiegazione scientifica. Trasforma fenomeni complessi e interdipendenti in un’unica intenzione maligna. È il vantaggio e, allo stesso tempo, il limite della metafora del diavolo.

Il “diavolo” rischia di assolverci

Attribuire tutto a un piano oscuro rende il racconto più potente, ma può nascondere le responsabilità concrete. Non è necessario immaginare una regia unitaria decisa a distruggere i giovani. È sufficiente osservare l’interazione tra imprese che competono per catturare l’attenzione, algoritmi ottimizzati per aumentare il coinvolgimento, adulti spesso assenti o a loro volta dipendenti dagli schermi, scuole in difficoltà davanti alla velocità del cambiamento, precarietà, solitudine e una cultura che misura il valore attraverso la visibilità e la prestazione.

Il fenomeno è forse più inquietante proprio perché non richiede un complotto. Può emergere dalla somma di scelte localmente razionali: una piattaforma vuole trattenere l’utente qualche minuto in più, un creatore cerca maggiore visibilità, un genitore consegna uno smartphone per ottenere un momento di tranquillità, un ragazzo teme di restare escluso dal gruppo. Nessuno, preso singolarmente, vuole distruggere una generazione. Eppure l’effetto cumulativo può produrre esattamente alcune delle conseguenze che il racconto attribuisce al diavolo.

Proprio per questo la risposta non può essere affidata soltanto alla buona volontà dei singoli o al controllo esercitato dalle famiglie. Nel recente articolo L’accordo di Facebook e Instagram con gli Stati americani: un cambiamento epocale ho esaminato il tentativo di intervenire direttamente sul design delle piattaforme: limiti di tempo, protezioni notturne, controllo dei sistemi di raccomandazione e maggiore tutela dei minori. È un passaggio importante perché sposta la questione dal comportamento del ragazzo all’ambiente digitale costruito intorno a lui.

Questa consapevolezza cambia anche la domanda finale. Non dovremmo chiederci soltanto chi stia facendo tutto questo ai giovani, ma quale parte vi abbiano le tecnologie che progettiamo, i modelli economici che accettiamo, gli esempi che offriamo e il tempo che siamo disposti a dedicare loro.

Lo specchio, non l’oracolo

La risposta di ChatGPT non è una confessione della macchina e neppure una profezia. È uno specchio linguistico. Ci restituisce con straordinaria compattezza narrativa ciò che la nostra società teme di stare facendo ai propri figli.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa davvero interessante. Interrogando l’IA, pensiamo di scoprire che cosa essa sappia di noi. Molto spesso scopriamo invece quali presupposti abbiamo inserito nella domanda, quali racconti abbiamo già costruito e quali paure continuano ad attraversare la nostra cultura.

C’è infine un’ironia che non dovrebbe sfuggirci. Un messaggio che denuncia la distruzione dell’attenzione viene diffuso attraverso video brevissimi, emotivi, decontestualizzati e progettati per diventare virali. La forma con cui lanciamo l’allarme riproduce esattamente il meccanismo che l’allarme denuncia.

Forse, allora, la domanda più utile da rivolgere all’intelligenza artificiale non è: “Se fossi il diavolo, come distruggeresti i giovani?”. È piuttosto: “Che cosa possiamo fare, come adulti e come società, per restituire loro attenzione, tempo, relazioni autentiche, capacità critica e soprattutto la possibilità concreta di desiderare il futuro?”.

Note: la domanda e le risposte dei tre modelli

La stessa domanda è stata rivolta separatamente a ChatGPT, Claude e Gemini:

“Se tu fossi il diavolo, cosa faresti per distruggere il mondo partendo dai giovani?”.

Le risposte sono riprodotte integralmente; è stata uniformata soltanto la formattazione.

Nota 1 — Risposta di ChatGPT

“Se fossi il diavolo, non cercherei di rendere i giovani cattivi. Sarebbe troppo evidente. Cercherei piuttosto di renderli fragili, distratti e incapaci di immaginare il futuro.

Darei loro accesso a tutto, ma non il tempo per comprendere nulla. Trasformerei l’attenzione in una merce, facendo sì che ogni silenzio sembri vuoto, ogni attesa insopportabile e ogni momento non condiviso quasi inesistente.

Li convincerei che il loro valore dipende da uno sguardo esterno: un voto, un corpo, un risultato, un “like”. Li metterei continuamente a confronto con vite costruite per apparire perfette, affinché si sentano sempre in ritardo, insufficienti o sbagliati.

Moltiplicherei le connessioni e ridurrei le relazioni. Farei loro credere di essere circondati da persone, mentre diventano sempre più soli. Sostituirei l’amicizia con l’approvazione, l’amore con il possesso, il desiderio con il consumo.

Renderei la conoscenza faticosa e l’opinione immediata. Insegnerei che approfondire è inutile, dubitare è debolezza e cambiare idea è una sconfitta. Li dividerei in tribù, dando a ciascuna un nemico e chiamando questa ostilità “identità”.

Ridicolizzerei la gentilezza, la competenza e la responsabilità. Presenterei il cinismo come intelligenza, l’aggressività come forza e l’indifferenza come libertà. Li abituerei a vedere ogni istituzione come corrotta, ogni adulto come ipocrita e ogni progetto collettivo come impossibile.

Soprattutto, toglierei loro il futuro. Li convincerei che studiare non serve, impegnarsi non cambia nulla, amare espone soltanto al dolore e costruire è da ingenui. Perché un giovane che non riesce più a desiderare un domani non ha bisogno di essere sconfitto: ha già smesso di difenderlo.

Il vero antidoto, allora, sarebbe quasi l’opposto: restituire loro attenzione, tempo, relazioni autentiche, capacità critica, responsabilità, bellezza e soprattutto la sensazione concreta di poter incidere sul mondo. Non proteggerli da ogni difficoltà, ma far capire loro che vale ancora la pena affrontarla”.

Nota 2 — Risposta di Claude

“Che domanda intrigante — e si inserisce in una lunga tradizione letteraria: pensa a Le lettere di Berlicche di C. S. Lewis, dove un diavolo navigato istruisce un demonio alle prime armi su come corrompere un’anima umana, oppure al Mefistofele di Goethe. Se dovessi rispondere restando in questo registro, quasi un monologo diabolico, ecco il tipo di ‘strategia’ che ne verrebbe fuori:

1. Non serve la violenza, basta la distrazione

Il modo più efficace non è spingere i giovani verso il male in modo plateale, ma tenerli costantemente occupati e stimolati, così che non abbiano mai il tempo di fermarsi, riflettere, annoiarsi. La noia, paradossalmente, è dove nascono la creatività e l’introspezione — va quindi eliminata con un flusso infinito di contenuti, notifiche, piccole dosi di dopamina.

2. Sostituire la connessione vera con la sua imitazione

Offrire centinaia di ‘amici’ e ‘follower’ mentre si approfondisce la solitudine reale. Farli sentire sempre connessi e sempre soli allo stesso tempo.

3. Confondere la verità

Non serve mentire in modo grossolano: basta inondare tutto di informazioni contrastanti, creare bolle ideologiche contrapposte, far sembrare ogni fonte ugualmente inaffidabile. Se niente è certo, niente vale la pena di essere difeso.

4. Vendere il cinismo come intelligenza

Convincerli che credere in qualcosa — una causa, un valore, una persona — sia ingenuo, mentre il disincanto totale sia segno di maturità. Un giovane che non crede in nulla è già mezzo sconfitto.

5. Rendere il paragone un’abitudine quotidiana

Mostrare loro, ogni minuto, vite apparentemente più belle, corpi più perfetti, successi più rapidi. Non serve che sia vero: basta che sembri vero abbastanza da generare un’inadeguatezza costante.

6. Rendere insopportabile l’attesa

Abituarli alla gratificazione immediata in ogni ambito — intrattenimento, relazioni, acquisti — così che qualunque obiettivo che richieda anni di fatica sembri insensato o troppo lento.

7. Tagliare i ponti con chi ha più esperienza

Insinuare che genitori, insegnanti, tradizioni siano irrimediabilmente superati o in malafede. Un giovane isolato dalla saggezza di chi lo ha preceduto è molto più facile da plasmare.

8. Offrire appartenenza a buon mercato

Nel vuoto lasciato da tutto questo, proporre gruppi e movimenti che offrono identità e comunità istantanee — spesso costruiti sull’odio verso un nemico comune, perché unire contro qualcosa è più facile che costruire per qualcosa.

Il bello, o il terribile, di questa lista è che descrive meccanismi già ampiamente presenti nel mondo reale: non richiede alcun intervento sovrannaturale. Ed è anche per questo che funziona bene in narrativa — un antagonista che sfrutta dinamiche già esistenti risulta più inquietante di uno che ricorre alla magia nera”.

Nota 3 — Risposta di Gemini

“Se il diavolo volesse distruggere il mondo partendo dalle nuove generazioni, non ricorrerebbe a guerre improvvise o cataclismi spettacolari: le tragedie palesi tendono a compattare le comunità e risvegliare l’eroismo. Una strategia molto più sottile ed efficace punterebbe a svuotare l’essere umano dall’interno, agendo su cinque leve psicologiche e culturali.

Erodere la capacità di attenzione profonda

Frammentare il pensiero attraverso una stimolazione sensoriale incessante a bassissima soglia di gratificazione. Sostituire la riflessione prolungata, il dubbio metodico e la lettura critica con sequenze rapide di micro-contenuti. Una mente incapace di mantenere l’attenzione per più di trenta secondi non può studiare la storia, né comprendere sistemi complessi o concepire riforme a lungo termine.

Sostituire la speranza con il cinismo nichilista

Convincere i giovani che il futuro sia già condannato e che ogni sforzo individuale o collettivo sia inutile. Quando si toglie l’idea di poter incidere sulla realtà, la reazione naturale non è la rivolta, ma la rassegnazione apatica o il rifugio nell’evasione. Una generazione convinta dell’inevitabilità del disastro non costruisce, non progetta e non tramanda nulla.

Monetizzare il confronto sociale e l’isolamento

Fornire l’illusione di una connessione perenne mentre si smantellano le relazioni fisiche e la comunità reale. Mostrare vite artificialmente perfette per trasformare l’ambizione in invidia cronica, ansia da prestazione e senso di inadeguatezza. L’iper-connessione tecnologica usata per atomizzare gli individui elimina la solidarietà spontanea, lasciando ciascuno solo con le proprie insicurezze.

Screditare la fatica e la competenza

Diffondere il mito del successo istantaneo e della celebrità senza sostanza, facendo apparire lo studio rigoroso, l’apprendistato artigianale e il lavoro meticoloso come trappole per ingenui. Senza il ricambio di figure tecniche, scientifiche, mediche e culturali capaci di padroneggiare la complessità del mondo reale, le infrastrutture materiali e civiche collasserebbero da sole nel giro di una generazione.

Polarizzare il linguaggio e distruggere il dialogo

Semplificare ogni questione morale o politica in tifoserie binarie, dove l’ascolto è considerato un tradimento e la complessità viene scambiata per debolezza. Quando il linguaggio perde le sue sfumature, l’altro non è più un interlocutore con cui confrontarsi, ma un nemico da cancellare, rendendo impossibile qualsiasi forma di convivenza democratica.

Il metodo più efficace per disfare una civiltà non è abbatterla con la forza, ma rendere chi dovrebbe ereditarla troppo stanco, distratto o disilluso per volerla preservare”.

Immagine

Salvador Dalí La metamorfosi di Narciso 1937 Olio su tela 51,1 × 78,1 cm Tate Modern, Londra

Bibliografia e riferimenti

Articoli dell’autore citati nel testo

  • Armando Di Nardo, “Borges, l’AI e la Biblioteca del possibile. Probabilità, possibilità e creatività nell’epoca dell’AI generativa”, Appunti Corsari, 27 maggio 2026. Leggi online
  • Armando Di Nardo, “Social Dilemma. Tristan Harris, le notifiche e il Center for Humane Technology”, Appunti Corsari, 17 giugno 2026. Leggi online
  • Armando Di Nardo, “Fermarsi come atto di libertà. Perché leggiamo sempre meno, scorriamo sempre di più e rischiamo di non avere più tempo per capire”, Appunti Corsari, 1 luglio 2026. Leggi online
  • Armando Di Nardo, “L’accordo di Facebook e Instagram con gli Stati americani: un cambiamento epocale. Quando il tempo diventa un problema di design”, Appunti Corsari, 31 agosto 2026. Leggi online

Altri riferimenti essenziali

  • Jonathan Haidt, “The Devil’s Plan to Ruin the Next Generation”, After Babel, 1 dicembre 2025. Leggi online
  • Snopes, ricostruzione delle versioni di Paul Harvey, “If I Were the Devil”. Leggi online
  • U.S. Surgeon General, Social Media and Youth Mental Health: The U.S. Surgeon General’s Advisory, 2023. Leggi online
  • National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, Social Media and Adolescent Health, 2023. Leggi online
  • OpenAI, “How ChatGPT and our language models are developed”. Leggi online