Cover Image

Quando il tempo diventa un problema di design

Negli Stati Uniti sta per cambiare in modo significativo il rapporto tra gli adolescenti e due delle piattaforme social più utilizzate al mondo. Alla fine di agosto 2026 Meta ha raggiunto un accordo con 52 procuratori generali di Stati e territori americani e del District of Columbia che introduce su Facebook e Instagram una serie di protezioni automatiche per gli utenti con meno di 18 anni. L’intesa, approvata dal giudice il 27 agosto, prevede un pagamento potenziale di circa 18 miliardi di dollari distribuiti nell’arco di dieci anni e impone che la maggior parte delle nuove misure rimanga in vigore per lo stesso periodo.

La novità che ha attirato maggiormente l’attenzione è l’introduzione di un limite predefinito di 2 ore complessive al giorno tra Facebook e Instagram. Non si tratta quindi di due ore per ciascuna piattaforma: il tempo viene conteggiato cumulativamente e Meta prevede di aggregarlo anche quando riesca a individuare più account appartenenti allo stesso adolescente. Superata quella soglia, la possibilità di continuare a utilizzare normalmente le applicazioni richiederà il consenso di un genitore.

L’accordo interviene però su molti altri aspetti dell’esperienza digitale, introducendo interruzioni, restrizioni notturne, minori sollecitazioni durante l’orario scolastico e nuovi strumenti di supervisione parentale.

Misura Cosa cambia
Limite giornaliero Massimo predefinito di 2 ore complessive al giorno tra Facebook e Instagram.
Superamento del limite L’adolescente non può disattivare autonomamente il limite: è necessario il consenso di un genitore.
Blocco notturno Tra 00:00 e 06:00 vengono bloccate per impostazione predefinita funzioni come Feed, Stories, Explore e Reels.
Orario scolastico Tra 08:00 e 15:00 vengono silenziate quasi tutte le notifiche push, con eccezioni per messaggi diretti e avvisi relativi a sicurezza e account.
Avvisi durante l’utilizzo Viene mostrato un richiamo dopo ogni 15 minuti di utilizzo continuativo.
Avvisi giornalieri Ulteriori avvisi vengono mostrati al raggiungimento di 60 e 90 minuti di utilizzo complessivo.
Supervisione parentale Vengono rafforzati gli strumenti che consentono ai genitori di gestire modalità e tempi di utilizzo.
Verifica dell’età Meta deve rafforzare i sistemi destinati a individuare utenti minorenni che dichiarino un’età non corrispondente a quella reale.
Fascia interessata Le misure si applicano agli utenti under 18, quindi principalmente agli adolescenti tra 13 e 17 anni per gli account ordinari.
Ambito geografico L’accordo riguarda gli Stati e territori americani aderenti e non introduce automaticamente le stesse regole in Europa o in Italia.
Durata La maggior parte delle misure è prevista per 10 anni.

Il significato dell’accordo non consiste quindi soltanto nell’avere individuato una quantità massima di tempo, perché interviene direttamente sull’architettura dell’esperienza: modifica le impostazioni predefinite, introduce momenti di interruzione, riduce la capacità delle piattaforme di richiamare continuamente l’utente e attribuisce ai genitori un ruolo maggiore nella gestione del tempo digitale degli adolescenti.

È importante precisare subito anche un altro elemento. Le nuove regole riguardano esclusivamente gli under 18 negli Stati Uniti e nei territori che partecipano all’accordo; non si applicano automaticamente agli adolescenti italiani ed europei. Le piattaforme social richiedono generalmente un’età minima di 13 anni per l’apertura ordinaria di un account, per cui la fascia direttamente interessata è soprattutto quella compresa tra 13 e 17 anni, anche se una parte delle nuove misure è destinata proprio a individuare bambini più piccoli o adolescenti che abbiano dichiarato falsamente di essere maggiorenni.

C’è poi un aspetto meno conosciuto dell’intesa che potrebbe rivelarsi ancora più importante nel lungo periodo. Meta ha chiesto esplicitamente a TikTok e YouTube di adottare misure analoghe, sostenendo che intervenire soltanto su Facebook e Instagram potrebbe semplicemente spostare il tempo degli adolescenti da una piattaforma all’altra. La richiesta non è puramente simbolica: circa 5,3 miliardi di dollari, corrispondenti a circa il 30% dell’importo complessivo previsto dall’accordo, sono collegati a specifiche condizioni che comprendono l’adozione da parte di TikTok e YouTube di un limite quotidiano addirittura più restrittivo, pari a 1 ora al giorno, insieme a modalità notturne e sistemi di verifica dell’età. Meta chiede quindi che queste protezioni diventino progressivamente uno standard comune dell’intero settore.

L’accordo non rappresenta un’ammissione di responsabilità. Meta continua a respingere le accuse secondo cui avrebbe deliberatamente progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza nei giovani e contesta la possibilità di stabilire un rapporto causale semplice tra utilizzo dei social network e problemi di salute mentale. Sarebbe quindi scorretto interpretare la soglia delle 2 ore come se una nuova evidenza scientifica avesse improvvisamente dimostrato che un’ora e cinquantanove minuti siano innocui mentre due ore e un minuto diventino dannosi. Il significato della decisione è diverso e, a mio avviso, molto più interessante: una quantità definita di tempo entra per la prima volta in modo così rilevante nell’architettura predefinita del prodotto.

Qualche mese fa, in Social Dilemma. Tristan Harris, le notifiche e il Center for Humane Technology, avevo provato a partire da un gesto apparentemente banale: disattivare le notifiche non indispensabili. I messaggi, le notizie e gli aggiornamenti sarebbero rimasti ad aspettarci, mentre sarebbe cambiata una cosa molto più importante di quanto possa sembrare, cioè chi decide quando interrompere il nostro tempo. Con le notifiche attive sono spesso le applicazioni a convocarci; senza notifiche siamo noi a scegliere quando entrare.

In Fermarsi come atto di libertà. Perché leggiamo sempre meno, scorriamo sempre di più e rischiamo di non avere più tempo per capire avevo provato successivamente ad allargare la stessa riflessione al modo in cui gli ambienti digitali stanno modificando il nostro rapporto con l’attenzione, la lettura e la capacità di interrompere un flusso. Il problema, sostenevo, non consiste semplicemente nella brevità dei contenuti né nel numero dei minuti trascorsi davanti a uno schermo. Cinque minuti dedicati intenzionalmente a un video non equivalgono a due ore di scorrimento automatico, così come un contenuto scelto non equivale a un feed che continua a produrne un altro prima ancora che abbiamo formulato una nuova intenzione. La differenza decisiva riguarda il controllo sul nostro tempo.

Il caso Meta porta adesso quella stessa questione su un terreno molto più concreto, nel quale ciò che per anni è stato discusso prevalentemente in termini culturali, psicologici ed economici entra progressivamente anche nel campo della responsabilità giuridica. La domanda non riguarda più soltanto ciò che dovrebbero fare ragazzi, genitori ed educatori per utilizzare meglio uno smartphone, perché comincia a riguardare anche come debbano essere progettati gli ambienti digitali nei quali trascorriamo una parte crescente delle nostre giornate.

Una delle testimonianze più interessanti emerse durante il procedimento è stata quella di Adam Mosseri, responsabile di Instagram, che guida la piattaforma dal 2018 e che prima aveva ricoperto importanti ruoli di prodotto all’interno di Facebook. Mosseri è stato interrogato, tra le altre cose, sulla funzione “Take a Break”, introdotta da Instagram per invitare gli utenti a interrompere l’utilizzo dopo un determinato periodo.

Quando l’attivazione della funzione era lasciata interamente alla scelta dell’utente, soltanto una percentuale molto ridotta degli adolescenti decideva effettivamente di utilizzarla. Mosseri ha sostenuto che molti ragazzi semplicemente non desiderassero attivarla e ha ricordato che Instagram ha successivamente trasformato diverse protezioni in impostazioni automatiche per gli account degli adolescenti. Altre testimonianze hanno riportato l’esistenza, all’interno dell’azienda, di discussioni sul possibile impatto di alcune misure di sicurezza sulle metriche di engagement.

La circostanza è interessante soprattutto perché consente di osservare un problema che va molto oltre la singola decisione di Meta: quanto possiamo affidare esclusivamente all’autocontrollo dell’utente quando il prodotto che sta utilizzando è stato contemporaneamente progettato per rendere semplice e piacevole continuare?

Quasi cinque ore al giorno

Per comprendere le dimensioni del fenomeno bisogna guardare anche al tempo trascorso sulle piattaforme. Una ricerca Gallup condotta nel 2023 su oltre 1.500 adolescenti americani ha stimato una media di circa 4,8 ore al giorno trascorse su sette grandi piattaforme social. Il 51% degli adolescenti intervistati dichiarava almeno 4 ore quotidiane, mentre la media cresceva dai 4,1 ore dei tredicenni fino a 5,8 ore nei diciassettenni.

Nello stesso studio YouTube risultava la piattaforma sulla quale gli adolescenti trascorrevano mediamente più tempo, con circa 1,9 ore al giorno, seguita da TikTok con 1,5 ore e Instagram con circa 0,9 ore.

Si tratta di dati autoriferiti e devono quindi essere interpretati con cautela, perché ricordare e quantificare precisamente il proprio tempo online non è semplice. L’ordine di grandezza rimane rilevante: 4,8 ore al giorno significano più di 33 ore alla settimana, una quantità di tempo ormai paragonabile alla durata di molte settimane lavorative.

Sarebbe però sbagliato trasformare automaticamente quelle ore in tempo inutile o dannoso. Sui social si conversa, si ascolta musica, si cercano informazioni, si partecipa a comunità, si producono contenuti, si scoprono libri, idee, luoghi e persone. Il problema non riguarda quindi la tecnologia in sé né la possibilità che essa occupi una parte significativa della nostra giornata.

La domanda più interessante riguarda invece quanto di quel tempo sia deliberatamente scelto e quanto derivi da un ambiente progettato per prolungare l’interazione.

La distinzione diventa particolarmente importante durante l’adolescenza, quando sono ancora in sviluppo capacità come l’autoregolazione, il controllo degli impulsi e la possibilità di posticipare una gratificazione. Anche qui bisogna evitare semplificazioni.

L’Advisory pubblicato nel 2023 dal Surgeon General degli Stati Uniti sottolineava che fino al 95% dei ragazzi tra 13 e 17 anni utilizza almeno una piattaforma social e che più di un terzo dichiara di usarle “quasi costantemente”. Lo stesso documento richiamava studi nei quali oltre 3 ore al giorno di utilizzo risultavano associate a circa il doppio del rischio di manifestare alcuni problemi di salute mentale, inclusi sintomi di ansia e depressione.

La parola decisiva è però associazione. Trascorrere molte ore sui social non dimostra automaticamente l’esistenza di una dipendenza e non consente, da solo, di stabilire che eventuali ansia, depressione o difficoltà relazionali siano state causate dalle piattaforme. La letteratura scientifica restituisce un quadro più complesso, nel quale gli effetti possono dipendere dal tipo di utilizzo, dai contenuti incontrati, dalle condizioni individuali, dalle relazioni familiari e sociali e soprattutto dalle attività che il tempo online finisce per sostituire.

Un adolescente può utilizzare maggiormente i social perché vive una condizione di solitudine o di disagio e, contemporaneamente, alcune modalità di utilizzo possono contribuire ad amplificare quella stessa condizione. Trasformare questa complessità nella formula “i social causano la depressione” sarebbe scientificamente improprio.

Il processo a Meta pone una questione differente, che non richiede di dimostrare che ogni ora aggiuntiva produca automaticamente un danno: quale responsabilità possiede chi progetta un ambiente quando conosce sempre meglio i meccanismi attraverso i quali quell’ambiente riesce a prolungare la permanenza dell’utente?

Il conflitto incorporato nel prodotto

È qui che il caso Meta si collega direttamente alla critica dell’economia dell’attenzione sviluppata da Tristan Harris molti anni prima dell’attuale contenzioso. Quando il successo di un prodotto viene misurato anche attraverso tempo di permanenza, frequenza di ritorno, visualizzazioni e interazioni, esiste inevitabilmente un incentivo economico a ridurre le occasioni nelle quali l’utente potrebbe interrompere l’esperienza.

Non è necessario immaginare che qualcuno decida esplicitamente di creare dipendenza. È sufficiente osservare il funzionamento di un sistema di ottimizzazione nel quale una determinata scelta grafica, una notifica, un contenuto suggerito o una diversa modalità di successione dei video vengono continuamente confrontati sulla base della loro capacità di produrre risultati misurabili. Se una soluzione aumenta mediamente il tempo trascorso nell’applicazione o la probabilità che l’utente ritorni, la piattaforma può apprenderlo attraverso esperimenti condotti su quantità enormi di interazioni e utilizzare progressivamente quelle informazioni per migliorare la propria capacità di trattenimento.

La sproporzione che avevo descritto parlando di Harris acquista qui un significato particolare. Da una parte vi è una persona con capacità di attenzione e autocontrollo inevitabilmente limitate, influenzate dalla stanchezza, dalla noia, dalla curiosità, dal bisogno di appartenenza e dalla ricerca di approvazione; dall’altra vi è un sistema dotato di enormi quantità di dati, capace di sperimentare continuamente e di adattare ciò che propone sulla base delle risposte precedenti dell’utente. Nel caso di un adolescente questa asimmetria assume una rilevanza ulteriore perché riguarda una persona le cui capacità di autoregolazione sono ancora in fase di sviluppo.

La questione, quindi, non consiste nello stabilire se l’utente possieda formalmente la possibilità di chiudere Instagram, perché naturalmente può farlo. Il problema è capire quanto quella libertà rimanga sostanziale quando viene esercitata all’interno di un ambiente il cui successo economico dipende anche dalla capacità di rinviare il momento in cui sceglieremo di uscire.

Perché le due ore contano

È proprio da questo punto di vista che il limite delle 2 ore introdotto dall’accordo americano assume un significato che va oltre il numero in sé. Non esiste una frontiera biologica capace di rendere un’ora e cinquantanove minuti innocui e due ore e un minuto pericolosi, né l’accordo pretende di stabilirla. Ciò che cambia è il punto di partenza della scelta.

Finora l’architettura dominante delle piattaforme ha sostanzialmente affidato all’utente il compito di stabilire quando interrompere l’utilizzo, mentre il prodotto poteva continuare indefinitamente a proporgli nuovi contenuti. Con il nuovo limite, almeno per gli adolescenti americani interessati dall’accordo, viene inserita nell’architettura stessa della piattaforma una discontinuità. Dopo 2 ore continuare non rappresenta più semplicemente la prosecuzione automatica dell’esperienza, perché diventa necessario modificare una configurazione protettiva con il coinvolgimento di un genitore.

La differenza può apparire sottile, ma riguarda uno dei concetti più importanti dell’economia comportamentale: il peso delle opzioni predefinite. Ciò che viene presentato come configurazione iniziale tende frequentemente a essere mantenuto, sia perché modificarlo richiede un’azione ulteriore sia perché quella scelta viene implicitamente percepita come normale o raccomandata. La vicenda di “Take a Break” mostra qualcosa di simile: chiedere a un adolescente, mentre sta utilizzando una piattaforma, di scegliere volontariamente uno strumento che successivamente lo inviterà a smettere produce un effetto molto diverso rispetto a incorporare quella pausa direttamente nel funzionamento ordinario del prodotto.

Il fatto che Meta chieda ora a TikTok e YouTube di adottare regole analoghe aggiunge un ulteriore elemento alla discussione. L’argomento dell’azienda è comprensibile: se un adolescente raggiunge il limite su Instagram e può immediatamente trasferire lo stesso comportamento su TikTok o YouTube, l’effetto complessivo sul suo tempo digitale rischia di essere modesto. Meta arriva quindi a sostenere che il problema debba essere affrontato a livello di ecosistema e non di singola piattaforma.

C’è qualcosa di storicamente significativo nel vedere un’impresa che ha costruito una parte importante del proprio sviluppo sulla crescita dell’engagement chiedere oggi ai concorrenti di introdurre insieme sistemi capaci di limitarlo. È forse proprio questa apparente contraddizione a rendere l’accordo più importante dei 18 miliardi di dollari che lo accompagnano, perché segnala un possibile cambiamento nel modo in cui cominciamo a considerare l’attenzione: non più soltanto come una risorsa che l’utente è libero di offrire e l’impresa è libera di conquistare, ma come qualcosa rispetto al quale anche l’architettura tecnologica può assumere una responsabilità.

E dopo i diciotto anni?

Rimane infine una domanda che l’accordo, per sua natura, non affronta. Le nuove protezioni riguardano gli adolescenti e questa scelta è comprensibile: la maggiore vulnerabilità dei minori, la responsabilità dei genitori e la particolare fase dello sviluppo rendono più facilmente giustificabili forme di tutela specifica. A 18 anni l’architettura delle piattaforme non cambia e non scompaiono improvvisamente i meccanismi attraverso i quali la nostra attenzione viene catturata e mantenuta.

Un adulto possiede certamente capacità di autodeterminazione e responsabilità che non possono essere equiparate a quelle di un adolescente, e sarebbe difficile immaginare che lo Stato stabilisca automaticamente quanto tempo una persona maggiorenne possa trascorrere su Instagram, Facebook, TikTok o YouTube. Questo non significa però che la questione del design perda improvvisamente significato.

Anche un adulto può arrivare alla fine di una serata e accorgersi di avere trascorso un’ora a scorrere contenuti senza avere mai deciso consapevolmente di dedicarvi quell’ora; può aprire il telefono per rispondere a un messaggio e ritrovarsi venti minuti dopo all’interno di una sequenza di notifiche, video e suggerimenti che non aveva cercato; può persino conoscere perfettamente il funzionamento di questi meccanismi e continuare comunque a subirne l’efficacia.

In Cosa faremo del tempo liberato (e la profezia di Keynes) avevo affrontato una domanda apparentemente diversa: se le nuove tecnologie, e in particolare l’intelligenza artificiale, riusciranno realmente a restituirci una parte del tempo oggi assorbito dal lavoro, chi si prenderà quel tempo liberato? La tecnologia può ridurre il tempo necessario per svolgere un’attività senza garantire che quel tempo ritorni realmente alla persona, perché può essere immediatamente riassorbito da nuove richieste di produttività, comunicazione, disponibilità o consumo.

Il problema dell’economia dell’attenzione sembra rappresentare l’altra faccia dello stesso fenomeno. Da una parte costruiamo tecnologie sempre più potenti per risparmiare tempo; dall’altra abbiamo costruito ambienti capaci di contendersi con straordinaria efficacia quello stesso tempo appena liberato. La questione non riguarda quindi soltanto quanto lavoreremo in futuro, ma anche chi riuscirà a occupare le ore che non saranno più necessarie al lavoro.

La differenza tra adolescenti e adulti riguarda il livello di protezione che siamo disposti a imporre, mentre la domanda sulla qualità della scelta rimane sorprendentemente simile. Se riteniamo opportuno ricordare a un adolescente il tempo trascorso, ridurre le notifiche nelle ore in cui dovrebbe essere a scuola e introdurre una discontinuità dopo 2 ore, possiamo almeno domandarci perché molti di questi strumenti non dovrebbero essere facilmente disponibili, chiaramente visibili e magari proposti come opzione predefinita anche agli adulti, lasciando naturalmente a questi ultimi la piena libertà di modificarli.

Non si tratterebbe di stabilire paternalisticamente quanto tempo una persona maggiorenne possa dedicare ai social. Si tratterebbe di progettare ambienti nei quali la libertà dell’utente comprenda anche strumenti realmente efficaci per recuperare consapevolezza del tempo trascorso, invece di affidare interamente questa responsabilità alla capacità individuale di resistere a sistemi perfezionati proprio per mantenere viva l’attenzione.

In Fermarsi come atto di libertà avevo sostenuto che interrompere un flusso significa recuperare la possibilità di decidere che cosa fare del proprio tempo. Continuo a pensarlo, ma il caso Meta suggerisce di aggiungere qualcosa a quella riflessione: la libertà non dipende soltanto dall’esistenza teorica di un pulsante con cui chiudere un’applicazione, perché dipende anche dall’architettura dell’ambiente all’interno del quale quella scelta viene esercitata. Un sistema può rendere una decisione più semplice oppure più difficile, ricordarci che esiste un punto di uscita oppure fare in modo che quel punto scompaia continuamente dietro il contenuto successivo.

Per questo il dibattito sulle ore trascorse dagli adolescenti sui social rischia di diventare fuorviante se si concentra esclusivamente sulla ricerca di una soglia oltre la quale stabilire che l’utilizzo sia eccessivo. Il numero delle ore è certamente importante, soprattutto quando raggiunge dimensioni capaci di occupare una parte molto rilevante della giornata, ma la questione più profonda riguarda la qualità della scelta attraverso la quale quelle ore vengono accumulate.

Il limite dei 18 anni serve necessariamente alle leggi per individuare una soglia oltre la quale cambia il livello di tutela. La nostra vulnerabilità all’economia dell’attenzione, invece, non conosce un compleanno dopo il quale improvvisamente scompare. Per questo la domanda che l’accordo tra Meta e gli Stati americani ci lascia riguarda certamente gli adolescenti, ma probabilmente non soltanto loro: quando trascorriamo ore dentro ambienti costruiti per conoscere progressivamente ciò che riesce a trattenerci, quanto di quel tempo continua realmente ad appartenerci?

---

Fonti e riferimenti

Meta, Our Agreement With Bipartisan Attorneys General: Calling on TikTok and YouTube to Join Us in Supporting Teens, Meta Newsroom, 26 agosto 2026, aggiornato dopo l’approvazione giudiziaria del 27 agosto 2026.

Meta, An Open Letter to TikTok and YouTube to Join Us in Supporting Teens, Meta Newsroom, 26 agosto 2026.

Reuters, Meta agrees to pay $18 billion to settle US lawsuits over children’s social media addiction, 26 agosto 2026.

Associated Press, Instagram chief takes the stand in a trial pitting Meta against states over social media harms, agosto 2026.

Gallup, Jonathan Rothwell, Teens Spend Average of 4.8 Hours on Social Media Per Day, 13 ottobre 2023.

Office of the U.S. Surgeon General, Social Media and Youth Mental Health: The U.S. Surgeon General’s Advisory, U.S. Department of Health and Human Services, 2023.

Di Nardo, A., Social Dilemma. Tristan Harris, le notifiche e il Center for Humane Technology, Appunti Corsari – armandodinardo.it, 17 giugno 2026.

Di Nardo, A., #AI#4 Cosa faremo del tempo liberato (e la profezia di Keynes), Appunti Corsari – armandodinardo.it, 23 giugno 2026.

Di Nardo, A., Fermarsi come atto di libertà. Perché leggiamo sempre meno, scorriamo sempre di più e rischiamo di non avere più tempo per capire, Appunti Corsari – armandodinardo.it, 1 luglio 2026.

Immagine Adolescent, Pablo Picasso, 2 agosto 1969 olio su tela Parigi, collezione privata © Succession Picasso by SIAE 2024

Nota sull’uso dell’intelligenza artificiale — Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale per la ricerca, l’analisi, l’organizzazione delle fonti e la scrittura. La selezione dei contenuti, l’interpretazione critica e la responsabilità finale del testo restano dell’autore.