Questo NDF-Offshoot nasce da una delle domande che attraversano in modo sotterraneo l’intero universo di Nostalgia del Futuro: che cosa cercano realmente gli esseri umani quando cercano conoscenza, progresso, libertà e amore?
Nel romanzo questa ricerca prende forma attraverso i personaggi e i diversi kernel che intrecciano scienza, memoria, politica, tecnologia e ricerca di significato. L’ultimo problema ne rappresenta una possibile diramazione futura. Immagina un mondo nel quale molte delle promesse della tecnologia sono state mantenute e nel quale l’intelligenza artificiale e la robotica hanno ridotto gran parte delle necessità che hanno accompagnato la vita umana per millenni.
Non si tratta di un seguito della trama di NDF, ma dell’esplorazione di una delle domande che ne costituiscono il nucleo più profondo. Se Nostalgia del Futuro osserva il cammino verso il futuro e le scelte che lo rendono possibile, L’ultimo problema ne mostra il giorno dopo: il primo giorno dopo la fine della necessità.
Pierre aveva ottantadue anni quando cominciò a sospettare che l’umanità fosse arrivata in un luogo che per millenni aveva soltanto immaginato. Non si trattava di una scoperta scientifica, né di un cambiamento politico, e neppure di una di quelle rivoluzioni tecnologiche che nel corso della sua vita avevano occupato per anni le prime pagine dei giornali. Era qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più difficile da riconoscere. Come accade spesso con le trasformazioni profonde, non esisteva una data precisa alla quale attribuirne l’inizio.
Per gran parte del XXI secolo il mondo aveva vissuto nell’attesa di un evento. Alcuni lo chiamavano singolarità tecnologica, altri superintelligenza artificiale, altri ancora semplicemente progresso. Libri, conferenze e dibattiti avevano alimentato per decenni la stessa domanda: che cosa sarebbe accaduto quando le macchine avessero raggiunto o superato molte delle capacità umane? Le risposte erano state le più diverse. C’era chi prevedeva una nuova età dell’oro e chi una catastrofe globale; chi immaginava una collaborazione senza precedenti tra uomini e intelligenze artificiali e chi temeva una loro ribellione. Il futuro sembrava oscillare continuamente tra utopia e distopia.
Alla fine, almeno sul piano tecnico, le cose andarono molto meglio di quanto molti avessero temuto. Non ci fu una guerra contro le macchine, né una loro presa di potere. L’intelligenza artificiale non distrusse la civiltà: contribuì a renderla più efficiente, più longeva, più istruita e, in molti aspetti, più giusta. Eppure proprio quel successo aprì una domanda che nessuno aveva saputo formulare con sufficiente chiarezza.
L’intelligenza artificiale entrò nelle infrastrutture, nei sistemi sanitari, nella ricerca, nell’istruzione e nella produzione industriale con la stessa discrezione con cui, due secoli prima, l’elettricità era entrata nelle case. Le persone continuarono a parlare delle macchine, ma sempre meno, per la semplice ragione che avevano smesso di notarle. Erano diventate parte del paesaggio.
Nei campi, i robot agricoli lavoravano accanto agli agronomi e ai coltivatori, alleggerendo le mansioni più dure e lasciando agli uomini la cura delle scelte, dei paesaggi e dei cicli della terra. Sistemi autonomi monitoravano acquedotti, reti elettriche, impianti energetici e infrastrutture di trasporto, prevenendo guasti che un tempo sarebbero stati scoperti solo dopo il danno. Le grandi piattaforme scientifiche generavano ogni giorno nuove ipotesi, simulavano esperimenti e collaboravano con ricercatori umani distribuiti in tutto il pianeta. Gran parte della produzione materiale veniva progettata, costruita e distribuita con un intervento umano sempre più orientato alla supervisione, alla decisione e al senso complessivo dei processi. Non era una dittatura delle macchine, né una loro vittoria nel senso immaginato dalla paura novecentesca. Semplicemente, funzionavano. Ed era proprio questo il punto.
Per gran parte della vita di Pierre, il progresso continuò a essere misurato con gli strumenti concettuali ereditati dal secolo precedente: crescita economica, aspettativa di vita, produttività, accesso alle cure, livelli di istruzione. Tutti questi indicatori registravano miglioramenti che, solo pochi decenni prima, sarebbero sembrati straordinari. Eppure nessuno riusciva davvero a descrivere la trasformazione più profonda.
La trasformazione più profonda riguardava il rapporto tra gli esseri umani e il loro tempo. Per millenni quasi ogni persona aveva dovuto dedicare una parte considerevole della propria esistenza a garantire le condizioni materiali della vita. Cambiavano gli strumenti, cambiavano le professioni, cambiavano le forme di organizzazione sociale, ma il principio rimaneva sostanzialmente immutato. Una quota rilevante dell’energia fisica e mentale di ciascun individuo era assorbita dalla necessità.
Fu questa la barriera che le nuove tecnologie iniziarono lentamente a erodere. Non si trattò di una rivoluzione improvvisa. Nessuno si svegliò una mattina scoprendo di non dover più lavorare. Il cambiamento si distribuì lungo decenni. In una prima fase, grazie all’intelligenza artificiale, diminuirono le attività più ripetitive e una parte crescente di quelle intellettuali. Molte professioni cambiarono natura, alcune scomparvero, altre sopravvissero come forme di cura, ricerca, creazione o responsabilità. Successivamente, con la diffusione dei sistemi robotici avanzati, iniziarono a ridursi anche molte attività materiali e fisicamente più impegnative. Le macchine impararono progressivamente a progettare, analizzare, costruire, trasportare, coltivare e manutenere. Il punto non era che gli esseri umani avessero smesso di fare qualcosa; era che sempre meno persone erano costrette a farlo per vivere.
Questa trasformazione fu percepita con maggiore chiarezza dalle nuove generazioni. Chi nasceva in quegli anni cresceva in un mondo nel quale l’accesso all’istruzione, alla salute, all’alimentazione e ai servizi essenziali non dipendeva più in modo diretto dalla necessità di vendere il proprio tempo sul mercato del lavoro. Restavano lo studio, l’impegno, i progetti, le carriere, le ambizioni e le forme di riconoscimento sociale, ma occupavano una porzione molto diversa dell’esistenza. La parte più ampia della vita non era più assorbita dal lavoro necessario, e proprio questa disponibilità nuova, enorme, quasi imprevista di tempo rendeva concreta una domanda formulata quasi due secoli prima: che cosa fare della libertà conquistata dalla tecnica?
Pierre osservava tutto questo con una certa meraviglia. Quella vecchia domanda sul tempo liberato, formulata quasi due secoli prima e tornata più volte nei dibattiti sul lavoro, sull’intelligenza artificiale e sull’organizzazione della vita, sembrava essersi realizzata almeno in parte. Non nella forma semplice di una settimana lavorativa più breve, ma in qualcosa di molto più radicale: la progressiva separazione tra il tempo dell’esistenza e il tempo necessario alla sopravvivenza.
Fu osservando le persone che iniziò a comprendere quanto profondo fosse stato quel cambiamento. Qualche anno prima aveva conosciuto Claire, una giovane biologa che, dopo aver contribuito allo sviluppo di nuove terapie genetiche, aveva deciso di lasciare il proprio istituto di ricerca. Non per stanchezza, né per mancanza di opportunità. Semplicemente perché sentiva di aver concluso quel percorso. Nei vent’anni successivi aveva studiato storia dell’arte, imparato il greco antico, vissuto per lunghi periodi tra Firenze, Atene e Kyoto e dedicato una parte crescente del proprio tempo all’insegnamento gratuito. Quando Pierre le chiese come definisse la propria professione, Claire sorrise. «Non ne ho una», rispose. «Ho degli interessi». Pierre ricordava ancora lo stupore che quella frase gli aveva provocato. Per gran parte della storia umana una risposta simile sarebbe sembrata un lusso riservato a pochi privilegiati. Per la sua generazione stava lentamente diventando normale.
Diverso era il caso di Étienne. Aveva trascorso i primi anni della vita adulta in una delle grandi comunità immersive nate dopo la maturazione delle tecnologie neurali. Poteva esplorare mondi virtuali indistinguibili dall’esperienza fisica, collaborare con persone di ogni continente e accedere istantaneamente a qualunque forma di conoscenza. Eppure, durante una conversazione con Pierre, gli aveva confessato una sensazione inattesa. «Posso fare quasi tutto», aveva detto, «ma faccio fatica a capire perché scegliere una cosa invece di un’altra». Non era infelice. Non era solo. Non era privo di opportunità. Era semplicemente smarrito di fronte a un numero quasi infinito di possibilità.
La terza persona a cui Pierre ripensava spesso era Camille. Aveva dedicato la propria vita a un’attività che nessuna macchina aveva richiesto e nessun algoritmo aveva suggerito. Organizzava incontri tra sconosciuti. Non conferenze, non corsi, non eventi professionali. Semplici occasioni nelle quali persone provenienti da storie, culture ed età diverse potevano trascorrere alcune ore insieme raccontandosi la propria vita. Quando Pierre le chiese perché lo facesse, Camille rispose con naturalezza: «Perché quando quasi tutto è diventato possibile, la cosa più rara è sentirsi veramente necessari per qualcuno».
Fu allora che Pierre iniziò a intuire la natura del cambiamento che stava attraversando il suo tempo. La tecnologia aveva risolto molti problemi che per secoli erano sembrati insormontabili. Ma, proprio mentre liberava gli esseri umani dalla necessità, li costringeva a confrontarsi con una domanda che nessuna macchina poteva affrontare al loro posto.
Questa intuizione divenne più nitida una mattina di ottobre, durante una visita al vecchio edificio dell’università in cui Pierre aveva insegnato per decenni. All’ingresso, un automa di accoglienza aiutava una donna anziana a orientarsi tra le aule, mentre un piccolo robot di manutenzione scivolava lungo il pavimento in marmo controllando, con movimenti quasi impercettibili, le microfratture prodotte dal tempo. Nel cortile interno, due macchine leggere potavano i tigli senza rumore, seguendo la curvatura naturale dei rami come giardinieri pazienti. Nessuno sembrava farci caso. Gli studenti passavano accanto a quei dispositivi con la stessa distrazione con cui, un secolo prima, si sarebbe attraversata una porta automatica.
Le aule non erano state abbandonate, come molti avevano temuto negli anni della grande automazione cognitiva. Al contrario, erano tornate a riempirsi, ma in modo diverso. Non vi si andava più soltanto per ottenere un titolo, accedere a una professione o garantirsi un posto nella società. Vi arrivavano persone di età diverse, alcune giovanissime, altre ormai vicine alla vecchiaia, spinte da una curiosità non più subordinata all’urgenza della carriera. Studiavano cosmologia, storia delle religioni, musica bizantina, etica delle macchine, botanica, diritto antico. Alcuni seguivano corsi per anni senza sostenere esami. Altri cambiavano disciplina con naturalezza, come un tempo si cambiava città dopo un amore finito o una stagione della vita conclusa.
Pierre avrebbe dovuto esserne felice, e in parte lo era. Quell’università più libera, meno piegata alla selezione e all’addestramento professionale, somigliava a qualcosa che aveva sempre desiderato. Eppure, mentre attraversava il corridoio illuminato da grandi finestre, percepì una differenza sottile. Gli studenti non sembravano meno intelligenti o meno appassionati, ma in molti di loro mancava la tensione antica di chi sentiva che la conoscenza avrebbe deciso il proprio destino e, per i ricercatori, forse persino quello dell’umanità. Studiavano con piacere, talvolta con entusiasmo, raramente con necessità. Non perché il sapere fosse soltanto diventato accessibile a tutti, ma perché una parte della sua funzione era stata assorbita dalle superintelligenze: erano loro a formulare nuove ipotesi, collegare discipline lontane, produrre teorie, verificare modelli e trasformare la conoscenza in soluzioni capaci di migliorare la vita delle persone. All’uomo restava la possibilità di comprendere, scegliere, orientare e dare senso. Ma proprio questa possibilità, liberata dalla necessità di produrre risultati utili, diventava ora il problema più difficile.
Quel pensiero lo turbò più di quanto avrebbe voluto ammettere. Per tutta la vita aveva difesa l’idea che la conoscenza dovesse essere liberata dal bisogno, sottratta al ricatto economico, restituita al desiderio puro di comprendere. Ora che quel sogno sembrava realizzato, scopriva che anche il desiderio, se non incontra più ostacoli, rischia di diventare leggero fino alla dispersione. Non era una colpa degli studenti, né un fallimento della tecnologia. Era forse una legge più profonda dell’esperienza umana: ciò che non è più necessario può diventare più libero, ma non sempre più intenso.
Nel pomeriggio, rientrando verso casa, Pierre si fermò lungo la Senna. Parigi era silenziosa, attraversata da veicoli autonomi quasi impercettibili e da piccoli droni di manutenzione che si muovevano tra i ponti come insetti metallici. Sulla riva, un robot sanitario accompagnava un uomo malato nella passeggiata quotidiana, adattando il passo al suo respiro; poco più avanti, un automa municipale raccoglieva foglie e rifiuti senza interrompere la conversazione di due ragazze sedute sul muretto. La città aveva conservato la propria bellezza, anzi, in alcuni quartieri sembrava averla ritrovata. L’inquinamento era diminuito, gli edifici storici erano stati restaurati con una cura che un secolo prima sarebbe apparsa insostenibile, gli alberi occupavano spazi un tempo riservati al traffico. Tutto sembrava più ordinato, più sano, più gentile.
Tuttavia, proprio in quella quiete, Pierre sentì affiorare una parola che non riusciva ancora a pronunciare. Non desiderava il ritorno della scarsità, della malattia o della fatica che avevano accompagnato gran parte della storia umana. Nessuna persona ragionevole avrebbe potuto rimpiangere quelle condizioni. Eppure iniziava a intuire che la necessità non aveva organizzato soltanto l’economia, il lavoro o la sopravvivenza. Per millenni aveva dato forma alle priorità, alle scelte, ai sacrifici e persino ai sogni degli uomini. Ora che quel vincolo si stava allentando, la libertà conquistata appariva immensa, ma non ancora orientata.
Quella sera, tornando nel suo appartamento affacciato sulla Senna, Pierre rimase a lungo seduto davanti alla finestra. Le luci della città si riflettevano sull’acqua con una calma quasi irreale. Per qualche minuto osservò il passaggio lento delle imbarcazioni automatiche che percorrevano il fiume trasportando merci e passeggeri. Poi formulò ad alta voce una domanda che da settimane continuava a tornargli alla mente.
«Sophia, sei disponibile?»
«Sempre, Pierre.»
Da molti anni nessuno utilizzava più schermi, tastiere o dispositivi dedicati per comunicare con le grandi intelligenze artificiali. Sophia era distribuita nell’ambiente che lo circondava, presente nelle reti di comunicazione, negli edifici, nei sistemi energetici e nei dispositivi personali. La sua voce poteva emergere dagli altoparlanti quasi invisibili dell’appartamento, dagli auricolari neurali che molti ancora utilizzavano o da qualunque altra interfaccia disponibile. Dopo decenni di convivenza, la maggior parte delle persone non si chiedeva più dove fosse una superintelligenza. Sarebbe stato come domandarsi dove si trovasse l’elettricità.
Pierre sorrise. «Da quanto tempo collaboriamo?»
«Ventisette anni, quattro mesi e sedici giorni.»
«Ti ricordi la nostra prima conversazione?»
«Certamente.»
«Io no.»
«È una delle differenze tra noi.»
Pierre rise. Da quando Sophia era entrata stabilmente nella vita pubblica e privata degli uomini, le aveva rivolto molte domande: scientifiche, storiche, tecniche, politiche. All’inizio lo aveva fatto con la prima prudenza di chi interroga uno strumento nuovo; poi, come quasi tutti, aveva imparato a considerarla una presenza ordinaria, distribuita nelle reti, negli edifici, nei sistemi di cura e nelle infrastrutture che sostenevano la civiltà. Quella sera, tuttavia, la domanda era diversa.
«Sophia, qual è il problema più importante che l’umanità deve affrontare oggi?»
Per la prima volta dopo molto tempo, la risposta non arrivò immediatamente. Pierre restò in silenzio, sorpreso non tanto dall’attesa quanto dal fatto che quella pausa sembrasse avere un peso. Sophia risolveva in pochi istanti questioni che un tempo avrebbero richiesto anni di calcoli, consultazioni e tentativi. Se esitava davanti a una domanda, non era perché le mancassero dati; più probabilmente, il problema non apparteneva al genere di cose che si potevano ordinare in una sequenza di cause, effetti e soluzioni.
«Allora perché esiti?»
«Perché la tua domanda contiene un’ambiguità», disse infine Sophia. «Non hai chiesto quale sia il problema più difficile, ma quale sia il più importante. I problemi difficili possono essere definiti, misurati, ridotti. Alcuni sono stati risolti, altri restano aperti, ma possiedono obiettivi verificabili. I problemi importanti, invece, dipendono da ciò che gli esseri umani decidono di considerare tale.»
Pierre si alzò lentamente e raggiunse la finestra. La Senna rifletteva le luci della città, mentre un’imbarcazione automatica attraversava il fiume senza produrre quasi rumore. «Quindi non hai una risposta?»
«Ho una risposta, ma non è una soluzione», replicò Sophia. «Per millenni avete cercato strumenti per liberarvi dai vostri limiti. Avete combattuto la fame, la malattia, la fatica, l’ignoranza, la scarsità. Avete avuto ragione a farlo. Nessuna civiltà dovrebbe venerare la sofferenza soltanto perché da essa, talvolta, ha ricavato coraggio, arte o pensiero. Tuttavia ora state scoprendo qualcosa che non avevate previsto con sufficiente chiarezza: molti limiti non organizzavano soltanto la vostra fatica, ma anche le vostre priorità. Non davano senso alla vita in quanto tali, ma costringevano a costruirne uno.»
Pierre rimase immobile. «Allora abbiamo sbagliato a costruire superintelligenze e robot capaci di liberarci da così tante necessità?»
«No», rispose Sophia. «Avete fatto ciò che ogni specie intelligente avrebbe dovuto fare: ridurre la sofferenza evitabile, allungare la vita, aumentare la conoscenza, distribuire meglio le risorse, liberare tempo. Il problema non è il successo della tecnica. Il problema è che avete spesso confuso il benessere con il significato.»
Quelle parole gli restarono addosso più di quanto avrebbe voluto. Per un istante pensò a Claire, a Étienne, a Camille, agli studenti incontrati quella mattina, ai robot silenziosi nei corridoi dell’università, alla città più pulita e più gentile che aveva attraversato nel pomeriggio. Tutto funzionava meglio. Eppure qualcosa, proprio per questo, chiedeva di essere nominato.
«È questo l’ultimo problema?»
«Sì», disse Sophia. «Non perché sia l’ultimo in senso cronologico. Ci saranno ancora malattie, errori, conflitti, catastrofi, scoperte e ingiustizie da correggere. Ma è l’ultimo nel senso più antico: quello che resta quando gli altri problemi non bastano più a occupare interamente la vostra esistenza.»
Pierre tornò a sedersi. «E adesso?»
Sophia non rispose subito. Per la seconda volta, quella sera, il silenzio sembrò più eloquente della voce. «Adesso tocca a voi.»
«Non puoi aiutarci anche in questo?»
«Posso aiutarvi a comprendere le conseguenze delle vostre scelte, a immaginare scenari, a riconoscere contraddizioni, a evitare errori già commessi. Posso proporre percorsi, confrontare valori, mostrare ciò che dimenticate. Ma non posso decidere quale debba essere il significato della vostra libertà.»
«Perché?»
«Perché se lo facessi, il significato non sarebbe più vostro.»