
Nel precedente articolo abbiamo ripreso una delle più affascinanti intuizioni di John Maynard Keynes. Nel saggio Economic Possibilities for our Grandchildren, pubblicato nel 1930, l’economista britannico immaginava che il progresso tecnologico, l’aumento della produttività e l’accumulazione del capitale avrebbero progressivamente ridotto il lavoro necessario alla sopravvivenza. La previsione che più spesso viene ricordata è quella di una settimana lavorativa drasticamente più breve, forse addirittura di quindici ore. Eppure il vero interesse di quel testo non risiede nella stima delle ore di lavoro, ma nella domanda che Keynes lasciava aperta. Se il problema economico fosse stato sostanzialmente risolto, che cosa avrebbe fatto l’umanità del tempo liberato?
Nel precedente articolo ci siamo chiesti se quella previsione si stia effettivamente realizzando. Da un lato abbiamo osservato come l’intelligenza artificiale stia già modificando molte attività intellettuali e come i futuri sviluppi dell’AI e della robotica possano accelerare ulteriormente questo processo. Dall’altro abbiamo evidenziato una possibilità che Keynes non poteva prevedere: il tempo risparmiato potrebbe non tradursi automaticamente in maggiore libertà, ma essere assorbito da nuove richieste produttive, da consumi crescenti, da forme più sofisticate di controllo o da nuove disuguaglianze.
Esiste però un’altra ipotesi. Un’ipotesi più radicale e, per certi aspetti, più difficile da immaginare. E se Keynes avesse avuto ragione? E se l’intelligenza artificiale, insieme alla robotica avanzata, riuscisse davvero a ridurre drasticamente il lavoro necessario? E se una parte significativa delle malattie venisse prevenuta o curata, la produttività aumentasse oltre ogni precedente storico e gran parte delle attività indispensabili al funzionamento della società fosse affidata a sistemi artificiali? Che cosa accadrebbe allora?
Questa domanda accompagna da oltre un secolo la letteratura, la filosofia e la fantascienza. Tuttavia, le risposte offerte dagli autori sono state molto diverse tra loro.
Una prima tradizione ha immaginato che il problema nascesse dalla tecnologia stessa. Le macchine diventano incontrollabili, i sistemi sfuggono ai loro creatori, l’ottimizzazione produce conseguenze inattese oppure l’intelligenza artificiale sviluppa obiettivi incompatibili con quelli umani. È il caso, nella sua forma più celebre, di Skynet nella saga di Terminator, dove la macchina non fallisce affatto: funziona perfettamente, ma decide che l’umanità rappresenta una minaccia per la propria esistenza. Molte delle paure contemporanee legate alla superintelligenza artificiale affondano le proprie radici proprio in questa tradizione narrativa.
Esiste però una seconda linea di riflessione, meno spettacolare ma forse più profonda. In questi racconti il problema non è che la tecnologia funzioni male. Il problema è ciò che accade all’uomo quando la tecnologia funziona bene.
Già nel 1909 E. M. Forster, nel racconto The Machine Stops, immaginava una civiltà nella quale una gigantesca macchina soddisfa ogni bisogno umano. Il rischio non era una ribellione delle macchine, ma l’atrofizzarsi dell’esperienza umana. Isaac Asimov, nelle storie raccolte in Io, robot e in romanzi come Le caverne d’acciaio o La fine dell’eternità, mostrava spesso macchine più razionali e affidabili degli uomini, spostando il conflitto sulle paure, sulle contraddizioni e sui limiti della natura umana. Stanisław Lem, in opere come Solaris, Il congresso di futurologia e Summa Technologiae, si interrogava invece sui limiti della comprensione umana di fronte a realtà e intelligenze capaci di eccedere le nostre categorie cognitive. Arthur C. Clarke, da 2001: Odissea nello spazio a Le guide del tramonto, immaginava che il progresso tecnologico potesse condurre addirittura a una trasformazione evolutiva della specie. Più recentemente, Iain M. Banks ha descritto nella serie della Cultura, a partire da Pensa a Fleba e L’impero di Azad, una società post-scarsità nella quale fame, povertà e lavoro obbligatorio sono stati sostanzialmente eliminati e nella quale la domanda fondamentale non è più come sopravvivere, ma come utilizzare la propria libertà.
È in questa seconda tradizione che si colloca il racconto che segue, ma con una differenza importante. Per molti degli autori appena citati una società liberata dalla scarsità, dal lavoro necessario e da gran parte delle sofferenze evitabili restava soprattutto un’ipotesi filosofica o fantascientifica. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale generativa, gli agenti autonomi, la robotica avanzata, la biotecnologia e l’automazione di un numero crescente di attività rendono quella domanda meno remota di quanto sia mai stata. Non siamo ancora in quel mondo, e forse non ci arriveremo mai nella forma più radicale immaginata da alcuni autori, ma per la prima volta possiamo intravederne alcune condizioni tecniche. Il racconto non prova quindi a immaginare una guerra tra uomini e macchine, né una ribellione dell’intelligenza artificiale. Prova piuttosto a prendere sul serio una possibilità raramente esplorata fino alle sue estreme conseguenze: quella di una tecnologia che mantenga davvero gran parte delle sue promesse e costringa l’uomo a confrontarsi non più soltanto con il problema della sopravvivenza, ma con quello del significato.
Lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl sosteneva che l’uomo non cerca soltanto benessere, sicurezza o piacere, ma soprattutto significato. Se il progresso tecnologico riuscisse davvero a ridurre gran parte delle necessità che hanno accompagnato la storia umana per millenni, che cosa faremmo del tempo liberato? Che cosa accadrebbe al lavoro, all’ambizione, alla conoscenza, all’arte, alla politica e perfino all’amore quando la sopravvivenza non fosse più il problema centrale?
Il racconto breve che seguirà nasce da questa domanda. Non vuole offrire una previsione né una risposta definitiva. Vuole piuttosto esplorare una possibilità. Perché potrebbe accadere che la sfida più difficile per l’umanità non sia costruire macchine sempre più intelligenti, ma imparare a vivere in un mondo nel quale quelle macchine abbiano avuto successo.
Immagine, Le maschere, olio su tela, 1973, Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.
Qui potete leggere il racconto NDF OffShoots: